La gallery della Galleria

I cantieri di Pedemontana aperti al pubblico per mezza giornata: ci siamo fatti un giro anche noi, e abbiamo raccolto delle immagini poco istituzionali, ma efficaci.

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Un fruttivendolo che di pesate se ne intende

Nel 1968 è stato campione italiano di sollevamento pesi, oggi è il fruttivendolo più apprezzato di Schianno: Giulio Gavazzi si confessa a mezzopieno.net! E si toglie un bel peso.

“Nel 1965 entrai nella Società Varesina di ginnastica: ero piccolo di statura e mi consigliarono di fare sport per crescere un po’. Dopo nemmeno una settimana che ero lì, venni notato da un certo Alberto Macchi, che era l’allenatore della sezione pesistica. Secondo lui ero adatto per quella disciplina, inoltre io pesavo 52 kg, rientravo nei “pesi mosca” e non c’erano molte persone di quella categoria che riuscissero a fare pesi.
Così iniziai la mia carriera nel sollevamento-pesi. Non mi aiutò a crescere, ma mi diede comunque tante soddisfazioni!
All’inizio, a livello regionale non vinsi niente, ma ottenni dei buoni piazzamenti. Tanto che già nel 1967 ho partecipato ai campionati nazionali “allievi” a Rimini, e arrivai secondo. L’anno successivo, il 1968, a Bari divenni campione nazionale. Fu l’apice della mia carriera. Ricordo che sul podio qualche lacrima scese: quando sei sul gradino più alto e senti l’inno italiano che suona per te, l’emozione è fortissima e ci piangi… Non ricordo che giorno era, sicuramente una domenica di novembre (probabilmente il 22, ndr). Non c’erano i telefonini e quando vinsi comunicai il risultato via telefono alla Varesina. Da qui, qualcuno corse a Schianno a portare la notizia e soprattutto disse con che treno sarei arrivato alla stazione di Gazzada. La sera, quando scesi dal treno, trovai la banda di Schianno ad accogliermi! Non era venuta apposta per me, era il periodo di Santa Cecilia e la banda probabilmente era già riunita per qualche manifestazione, ma fui felicissimo. I musicisti avevano interrotto i loro programmi per venire a prendermi in stazione e accompagnarmi a Schianno con tutti gli onori insieme a tutti i miei amici. Era anche stata organizzata una festa al bar “La Madonnina”, che oggi non c’è più, per me. Fu veramente bellissimo! La Madonnina era praticamente casa mia: condividere la gioia della vittoria con gli amici di sempre, proprio in quel luogo, è stato uno dei momenti più belli della mia vita.
Con questo risultato ero il candidato della mia categoria per partecipare alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Mi allenavo molto in quel periodo, addirittura all’Acquacetosa a Roma, e in più lavoravo.
Facevo molti sacrifici, la mattina ero in piedi presto e alla sera non andavo mica a fare il balletto!
Fu una delusione quando seppi che non avrei partecipato ai Giochi. La mia categoria non era stata ammessa. Pensai anche al ritiro, e per un breve periodo, nel 1969, in effetti smisi con i pesi.
Con la Nazionale partecipai comunque ad alcune gare a Verona e ad un triangolare Bulgaria-Italia-Francia, a Varna in Bulgaria. Là l’atletica pesante era uno sport nazionale, si riempivano gli stadi con le gare. Nessuno di noi era abituato ad essere circondato da tanti spettatori. Nemmeno a Bari, quando vinsi il titolo nazionale, c’era così tanta gente. I bulgari erano fortissimi, facevano già risultati olimpionici, erano di un altro pianeta rispetto a noi. Solo un mio compagno vinse una gara, e fu l’unica medaglia italiana in quel triangolare. Fu comunque una grandissima esperienza. Non eravamo calciatori ma avevamo smosso moltissima gente per venire a vederci!
Ho ancora a casa la tuta della nazionale, con la scritta “ITALIA” ricamata in grande sul petto. Dopo la delusione delle Olimpiadi, per qualche mese lasciai lo sport e la Varesina. Venni però chiamato dalla Virtus Gallarate e non seppi dire di no: la passione per il mio sport era ancora tanta.
A livello regionale si dominava, in 3 anni la società fu promossa di 3 categorie!
Poi smisi veramente: non avevo più le motivazioni degli anni precedenti e capivo che dovevo fermarmi.
I premi che più mi hanno reso felice sono il titolo nazionale, ovviamente, e un premio regionale di cui purtroppo non ricordo il nome, ma che veniva assegnato ai 4 giovani che più promettevano nelle loro discipline. Ero considerato un astro nascente dei pesi.
In Varesina hanno il certificato di campione nazionale e moltissime fotografie e la Pro Loco di Gazzada Schianno dovrebbe conservare ancora la targa che fecero fare per festeggiare la mia vittoria a Bari.
Lo sport a questi livelli mi ha dato parecchio. Anche se dopo go fai il frutiroeu! Anche dopo il ritiro, i miei 280 kg in 3 alzate (strappo, slancio e distensione, ndr) li ho sempre fatti! Non sono cresciuto in statura, come potete vedere, ma mi ha dato un’ottima robustezza fisica mi ha reso molto sicuro di me. Non avevo paura di affrontare niente. Un esempio? Alle feste del paese di quando ero giovane, uno dei giochi più amati era “l’albero della cuccagna”. Secondo voi, chi vinceva sempre? Eheh!”

Prova a chiamare questo numero e scopri se Giulio Gavazzi è in grado di sollevare il ricevitore!

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Can Cannes #6 – Kubrick ha girato il finto sbarco sulla luna.

Sembra delirante ma ‘Room 237’, documentario su ‘The Shining’ a metà tra una lezione di cinema e una puntata di Voyager, spiega per filo e per segno simboli e messaggi di uno dei film più conosciuti del Maestro, tra cui certe cose su un certo sbarco.

‘The Shining’ è un film sull’olocausto, anzi no, sullo sterminio degli indiani. Ma non era un film horror? Il regista di questo documentario di montaggio dice no, e raduna altri fanatici per una maniacale ma divertita analisi del film. Si procede fotogramma per fotogramma, si zooma in ricerca di dettagli, si sovrappone una copia del film mandato al contrario e si vede che succede, ogni simbolo è setacciato e l’architettura del famoso Hotel è indagata centimetro per centimetro, tappeto per tappeto, in cerca di significati reconditi che sì, sembrano innegabili.
E così troviamo messaggi subliminali sessuali, pellerossa tra lo scatolame, i capelli di Nicholson che diventano i baffi di Hitler, velati insulti a Stephen King (dal cui libro è tratto il film), finestre che non dovrebbero esistere, simbologie arcaiche e infine la teoria più affascinante: la camera 237 è in realta la Moon Room! Il piccolo protagonista vi entra con un maglione raffigurante l’Apollo 11 e come se non bastasse la moquette del pavimento riprende la geometria della base da cui è partito l’Apollo 11. Aggiungendo a questi tantissimi altri dettagli che non ho potuto segnare, la sostanza è che Kubrick ha diretto il finto sbarco sulla luna, e per lavarsi la coscienza ce l’ha (s)velato così.

Sarà vero? Non lo sapremo mai, tuttavia rimane il fatto che questo documentario è da vedere, ed è il classico caso in cui il critico di turno può giocarsi la famigerata espressione “un film pieno d’amore per il Cinema”. Ma qui siamo proprio allo stalking.

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Can Cannes #5 – El Taaib

Film impegnativo alla Quinzaine, la storia di un terrorista algerino pentito che cerca di rifarsi una vita: atmosfere pesanti e un pessimismo di fondo non certo piacevole, ma nel mondo c’è anche questo.

Camera a spalla e pochi giorni di riprese per un film che bada poco alla forma e tanto alla sostanza: la storia di un giovane terrorista pentito che cerca di ricostruirsi la vita lavorando in uno squallido bar ma i cui buoni propositi si scontreranno col bisogno di soldi facili. Bisogno che lo porterà a contattare il farmacista del paese per un’offerta macabra che non possiamo svelare, perchè la sceneggiatura diluisce i pochi dettagli della storia in un ora e mezza di film fatta di attese snervanti e che si concluderà con un lungo, straziante viaggio in auto dove scopriremo la verità. A quel punto il finale è quasi ovvio, ma sconvolge lo stesso.
Gran film, attuale e dal forte messaggio politico di fondo, non certo un film accessibile e purtroppo possiamo scommettere che dopo questo passaggio alla Croisette sparirà dalla circolazione.

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Can Cannes #4 – Jackie Chan

L’idolo del Kung Fu Jackie Chan fa una comparsata a Cannes per presentare un film da lui diretto di trent’anni fa, noi abbiamo il VIDEO.


‘Project A’ è uno di quei film in cui la storia è un accessorio fastidioso, si smette di leggere i sottotitoli (in francese, da originale cinese) abbastanza in fretta e ci si gode un po’ di botte in santa pace, il Jackie Chan regista è molto fantasioso e mette in piedi scene corali di lotta davvero rocambolesche, in alcuni momenti il ritmo delle gag è davvero indiavolato, peccato che la trama piratesca sia davvero troppo intricata e noiosa, ma per fortuna quando stai per dire “ok, me ne vado” qualcuno comincia a picchiare qualcun’altro e ci si riaccomoda sulla sdraio, fermi tutti, ho detto sdraio? Sì a Cannes i film si guardano anche in spiaggia, ma ne parleremo un’altra volta…

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Can Cannes #3 – No di Pablo Larrain

Titolo monosillabico per il terzo capitolo della trilogia di Pablo Larrain, film storico rigoroso alquanto godibile.

‘No’ è la storia vera di una delle campagne pubblicitarie più decisive della storia moderna, quella che ha portato, a sorpresa, a far cadere democraticamente il dittatore cileno Pinochet nel 1988. La frangia dei democratici ha avuto la possibilità di trasmettere, nell’ultimo mese di campagna elettorale, 15 minuti al giorno di trasmissioni per spiegare le proprie tesi ed è qui, sfacciatamente in medias res, che inizia la storia: a dirigere la campagna viene chiamato non un qualche vecchio politicante ma un giovane pubblicitario cresciuto a pane e capitalismo che trasformerà la dura parola ‘NO’ in un urlo di gioia.

Gael Garcia Bernal interpreta il personaggio in maniera davvero stupefacente, barbetta incolta, sguardo profondo e vestito sempre di perfetti maglioncini anni ’80, ma è soprattutto la regia di Larrain a fare un figurone: gira in un formato fieramente paratelevisivo ottantiano a metà tra una puntata di Miami Vice e un film della Troma, ricostruisce ambienti e costumi con precisione spaventosa e mette in bocca ai personaggi dialoghi ficcanti e intelligentissimi, di quelli che ci metti un attimo prima di capire la battuta. La storia di questo lungo e geniale brainstorming scorre che è un piacere, fa ridere in quel suo equilibrio di grandi ideologie impacchettate come se fossero uno spot trash della Saila e fa pensare molto il fatto che la comunicazione del regime non sia troppo diversa da quella di alcuni partiti nostrani [mancava solo di sentire ‘Meno male che Pino c’è’ (chi la capisce è bravo).

Nonostante la presenza di un attore bello e importante, il film difficilmente vedrà il buio delle sale italiane. Speriamo in un’uscita home video, magari in VHS.

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Can Cannes #2 – :-(

Volevo scrivere qualche bella (o brutta) parola sul nuovo film di Michel Gondry ma…

…mi ha atteso il delirio delle grandi occasioni, tutto esaurito nonostante l’anticipo considerevole con cui mi sono presentato in sala, quindi solo delusione e lacrime questa sera, buonanotte.

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