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Una famiglia come tante. O, se vogliamo, una famiglia di tanti

I De Carli sono la famiglia più numerosa di Gazzada Schianno. E anche la più organizzata.

La squadra dei De Carli F.C. Fila in alto, da sinistra: Riccardo (classe ‘08), Alice (‘99), Lara (‘01), Nicolò (‘03), Simone (’06.) In basso: Michela (‘98), Graziano e Silvia. Sotto il poncho si “nasconde” Giacomo!

La squadra dei De Carli F.C. Fila in alto, da sinistra: Riccardo (classe ‘08), Alice (‘99), Lara (‘01), Nicolò (‘03), Simone (’06.) In basso: Michela (‘98), Graziano e Silvia. Sotto il poncho si “nasconde” Giacomo!

Alle 04.40 suona la prima sveglia in casa De Carli: è quella di Graziano, il papà (c’è poi bisogno di specificarlo? Chi non conosce Graziano a Schianno?!), che a settimane alterne ha il turno di lavoro alla mattina presto. In pochi minuti è pronto e parte per la Svizzera. Poi, alle 06.15, tocca a Michela, la sorella maggiore. Ha iniziato quest’anno le Superiori e come molti dei suoi coetanei fa tutto da sola, preparandosi la colazione e raggiungendo il pullman.
La giornata di SuperMamma Silvia scatta invece alle 07.10 precise. Punto primo: svegliare i ragazzi. Che, disciplinatissimi, si alzano, si lavano e si vestono in totale autonomia. La tavola è già apparecchiata, Silvia ci pensa sempre la sera prima, così al mattino deve “solo” occuparsi di preparare la colazione per il suo piccolo reggimento. I ragazzi la cartella la preparano sempre alla sera, per ottimizzare i tempi, così entro le 8.00 Silvia li può portare a scuola. Non è necessario che lei si fermi ad aspettare l’inizio ufficiale delle lezioni per vederli entrare a scuola o per controllarli, già sa che i suoi ragazzi sanno badare a loro stessi senza bisogno di essere guardati a vista.
Riccardo, il più piccolo, inizia l’asilo alle 9.00. Nell’ora che intercorre tra l’inizio della scuola e l’accompagnare lui all’asilo, Silvia rimette in ordine camere e cucina e prepara la prima lavatrice (almeno 2 volte al giorno è necessario utilizzarla). “Sistemati” tutti i figli, il resto della mattina serve per le commissioni, per la spesa e per le pulizie di casa.
Tra le 13.00 e le 15.00, rientrano tutti i figli. Dopo pranzo e dopo aver risistemato tutto (Silvia lava tutto a mano! Non c’è la lavastoviglie), il pomeriggio è dedicato a seguire i ragazzi nello studio e ad accompagnarli, se serve, ai vari allenamenti e catechismi.
Graziano arriva intorno alle 16.00, in tempo per dare una mano (non c’è riposo dal lavoro!). Non sembrerebbe, ma con 6 figli il tempo trascorre molto velocemente, si è sempre occupati in qualcosa e l’ora di cena arriva in fretta. Rigorosamente dopo il bagno per tutti. Entro le 21 i più piccoli vanno a dormire, senza nessun problema. Le ragazze, più grandi, hanno una resistenza maggiore, ovviamente.
Solo quando tutti i tagazzi sono a dormire, cala il silenzio su casa De Carli. E finalmente anche Graziano e Silvia possono rilassarsi un po’, prima di dare inizio ad una nuova super-giornata!

QUALCHE DICHIARAZIONE FLASH
“A casa abbiamo tutto, non ci manca niente. Di spazio ce n’è davvero per tutti, soprattutto da quando l’abbiamo alzata di un piano.
In vacanza è da almeno tre anni che non andiamo tutti insieme. Più che altro per problemi logistici: non è semplice trovare una sistemazione adeguata per una famiglia di 8 (tra poco, con l’arrivo di Giacomo, 9) persone. I ragazzi ci vanno “scaglionati” con i nonni (non possiamo affidarglieli tutti insieme da controllare!), ma a Schianno stiamo bene. Passare l’estate qui non è pesante. Mancherebbe solo il mare, per il resto è un paese quasi perfetto.
Di tempo per uscire non ne abbiamo molto, solamente per andare a vedere le varie partite dei nostri figli o per gli allenamenti e le partite delle GAZZE (la squadra femminile del CSI Schianno, di cui Graziano è allenatore e di cui fanno parte anche Silvia e Michela. Chissà se Silvia tornerà a giocare dopo il parto? Le compagne aspettano!).
Di problemi economici non ne abbiamo ,o meglio, non più di quelli di una normale famiglia. Tanti pensano che noi spendiamo molto per il mangiare (con 6 figli, è comprensibile pensarlo), ma non è così. Non spensiamo molto più degli altri da questo punti di vista. Le voci che pesano maggiormente sul bilancio in uscita sono gli “extra” dei ragazzi. Vale a dire i libri e il materiale scolastico, le iscrizioni a scuola e a catechismo, le assicurazioni e i vestiti. Su questo punto però dobbiamo dire che i nostri figli non avanzano mai pretese, cerchiamo di accontentarli se chiedono qualcosa in particolare ma non sono viziati e se neghiamo loro qualche richiesta non fanno nessun capriccio.
Un’altra cosa che ci chiedono è come facciamo a muoverci tutti insieme. E’ difficile che tutti ci spostiamo nello stesso momento, quindi non ci serve avere un furgone da 9 posti. Ci bastano le nostre 2 macchine. In futuro, vedremo.
Le riunioni con gli altri genitori sono molte, sia a scuola che in oratorio. Con un figlio in ogni classe, non potrebbe essere diverso. Capita anche che alcune di queste siano sovrapposte! Noi facciamo quello che possiamo.”
Una domanda per Graziano: hai mai cambiato i pannolini? “Quanlche volta sì, diciamo una decina… in dieci anni!”. E in sala parto, sei sempre stato presente? Qui ci racconta Silvia: ”I ragazzi li ha visti nascere tutti, tranne una volta, in cui si è addormentato! E’ abituato a veder nascere i suoi figli e riesce a stare molto tranquillo!”
Per concludere, facciamo gli auguri ai Super-Genitori che l’8 novembre hanno festeggiato il loro 15esimo anniversario di matrimonio. La nascita di Giacomo avverrà più o meno in quel periodo. (In realtà, mentre pubblichiamo l’articolo, Giacomo è già nato!). Di motivi per festeggiare, quindi, ce ne sono a sufficienza!

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Un fruttivendolo che di pesate se ne intende

Nel 1968 è stato campione italiano di sollevamento pesi, oggi è il fruttivendolo più apprezzato di Schianno: Giulio Gavazzi si confessa a mezzopieno.net! E si toglie un bel peso.

“Nel 1965 entrai nella Società Varesina di ginnastica: ero piccolo di statura e mi consigliarono di fare sport per crescere un po’. Dopo nemmeno una settimana che ero lì, venni notato da un certo Alberto Macchi, che era l’allenatore della sezione pesistica. Secondo lui ero adatto per quella disciplina, inoltre io pesavo 52 kg, rientravo nei “pesi mosca” e non c’erano molte persone di quella categoria che riuscissero a fare pesi.
Così iniziai la mia carriera nel sollevamento-pesi. Non mi aiutò a crescere, ma mi diede comunque tante soddisfazioni!
All’inizio, a livello regionale non vinsi niente, ma ottenni dei buoni piazzamenti. Tanto che già nel 1967 ho partecipato ai campionati nazionali “allievi” a Rimini, e arrivai secondo. L’anno successivo, il 1968, a Bari divenni campione nazionale. Fu l’apice della mia carriera. Ricordo che sul podio qualche lacrima scese: quando sei sul gradino più alto e senti l’inno italiano che suona per te, l’emozione è fortissima e ci piangi… Non ricordo che giorno era, sicuramente una domenica di novembre (probabilmente il 22, ndr). Non c’erano i telefonini e quando vinsi comunicai il risultato via telefono alla Varesina. Da qui, qualcuno corse a Schianno a portare la notizia e soprattutto disse con che treno sarei arrivato alla stazione di Gazzada. La sera, quando scesi dal treno, trovai la banda di Schianno ad accogliermi! Non era venuta apposta per me, era il periodo di Santa Cecilia e la banda probabilmente era già riunita per qualche manifestazione, ma fui felicissimo. I musicisti avevano interrotto i loro programmi per venire a prendermi in stazione e accompagnarmi a Schianno con tutti gli onori insieme a tutti i miei amici. Era anche stata organizzata una festa al bar “La Madonnina”, che oggi non c’è più, per me. Fu veramente bellissimo! La Madonnina era praticamente casa mia: condividere la gioia della vittoria con gli amici di sempre, proprio in quel luogo, è stato uno dei momenti più belli della mia vita.
Con questo risultato ero il candidato della mia categoria per partecipare alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Mi allenavo molto in quel periodo, addirittura all’Acquacetosa a Roma, e in più lavoravo.
Facevo molti sacrifici, la mattina ero in piedi presto e alla sera non andavo mica a fare il balletto!
Fu una delusione quando seppi che non avrei partecipato ai Giochi. La mia categoria non era stata ammessa. Pensai anche al ritiro, e per un breve periodo, nel 1969, in effetti smisi con i pesi.
Con la Nazionale partecipai comunque ad alcune gare a Verona e ad un triangolare Bulgaria-Italia-Francia, a Varna in Bulgaria. Là l’atletica pesante era uno sport nazionale, si riempivano gli stadi con le gare. Nessuno di noi era abituato ad essere circondato da tanti spettatori. Nemmeno a Bari, quando vinsi il titolo nazionale, c’era così tanta gente. I bulgari erano fortissimi, facevano già risultati olimpionici, erano di un altro pianeta rispetto a noi. Solo un mio compagno vinse una gara, e fu l’unica medaglia italiana in quel triangolare. Fu comunque una grandissima esperienza. Non eravamo calciatori ma avevamo smosso moltissima gente per venire a vederci!
Ho ancora a casa la tuta della nazionale, con la scritta “ITALIA” ricamata in grande sul petto. Dopo la delusione delle Olimpiadi, per qualche mese lasciai lo sport e la Varesina. Venni però chiamato dalla Virtus Gallarate e non seppi dire di no: la passione per il mio sport era ancora tanta.
A livello regionale si dominava, in 3 anni la società fu promossa di 3 categorie!
Poi smisi veramente: non avevo più le motivazioni degli anni precedenti e capivo che dovevo fermarmi.
I premi che più mi hanno reso felice sono il titolo nazionale, ovviamente, e un premio regionale di cui purtroppo non ricordo il nome, ma che veniva assegnato ai 4 giovani che più promettevano nelle loro discipline. Ero considerato un astro nascente dei pesi.
In Varesina hanno il certificato di campione nazionale e moltissime fotografie e la Pro Loco di Gazzada Schianno dovrebbe conservare ancora la targa che fecero fare per festeggiare la mia vittoria a Bari.
Lo sport a questi livelli mi ha dato parecchio. Anche se dopo go fai il frutiroeu! Anche dopo il ritiro, i miei 280 kg in 3 alzate (strappo, slancio e distensione, ndr) li ho sempre fatti! Non sono cresciuto in statura, come potete vedere, ma mi ha dato un’ottima robustezza fisica mi ha reso molto sicuro di me. Non avevo paura di affrontare niente. Un esempio? Alle feste del paese di quando ero giovane, uno dei giochi più amati era “l’albero della cuccagna”. Secondo voi, chi vinceva sempre? Eheh!”

Prova a chiamare questo numero e scopri se Giulio Gavazzi è in grado di sollevare il ricevitore!

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MezzopienoTV: gli Hooch

Ad inaugurare le produzioni della nostra piccola web-tv abbiamo gli Hooch: entriamo nella sala prove di un gruppo che non sogna California.

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IO ODIO LA MATEMATICA

La matematica proprio non ti va giù? Succede, però, a quanto dicono, è una materia molto importante, quindi sarà meglio seguire i consigli del “matematico impertinente” Piergiorgio Odifreddi, intervistato dal nostro “Superbiot” in occasione della presentazione dell’ultima fatica del saggista: “Una via di fuga” (Mondadori)

(Odifreddi non resiste e chiede di poter fare una foto con Superbiot)

Professor Odifreddi, nell’Annuario 2009 dell’Associazione Observa, science in society si legge che «l’atteggiamento dei giovani italiani verso la scienza appare improntato a un’ambivalenza quasi schizofrenica» per cui da un lato impazziscono per il sudoku e smanettano con disinvoltura su pc e cellulari, ma dall’altro si iscrivono sempre meno alle Facoltà scientifiche. Cosa ne pensa?

Non posso pensare: questi sono i dati e dunque la realtà è questa. D’altronde ad avere questo problema non sono solo i ragazzi, ma un po’ tutti gli italiani: vivono in una società tecnologica, che di per sé richiede conoscenze scientifiche e tecniche, e allo stesso tempo non sono interessati a quello che la scienza fa, ai suoi risultati e alle sue problematiche. Per quanto riguarda la questione più specifica del calo delle iscrizioni alle Facoltà di matematica, purtroppo la tendenza è comune a tutto il mondo occidentale: negli Stati Uniti già 25 anni fa gli iscritti ai corsi di matematica, informatica e altre materie scientifiche erano per lo più cinesi o indiani; gli americani preferivano andare a fare i medici o gli avvocati. Credo che oggi la situazione in Italia sia più o meno simile. Alle volte scherzo e dico che il calo delle iscrizioni alle Facoltà scientifiche è dovuto al fatto che i giovani non hanno voglia di lavorare: solo scegliendo di laurearsi in discipline come Scienze della comunicazione sono sicuri che non lavoreranno mai, perché, se si iscrivono a Matematica, dopo 6 mesi dalla laurea metà di loro troverà un impiego e dopo 12 mesi ce l’avranno tutti.

Insomma, secondo lei, dietro al calo delle “vocazioni scientifiche” ci sarebbe soprattutto la poca voglia di faticare…

Sicuramente le Facoltà scientifiche richiedono più impegno ed energie, con esami più complicati e argomenti più impegnativi. È chiaro, d’altronde, che è più facile studiare la critica di un romanzo, perché è materia più malleabile ed elastica (qualcosa si può anche improvvisare), mentre nelle Facoltà scientifiche il sapere è più organizzato e barare diventa più difficile. I risultati devono essere esatti, non si discute.

Indubbiamente le formule e i teoremi della matematica non si possono inventare lì per lì…

Certo, ma non mi riferisco solo a questo: in matematica la capacità di imparare a memoria non è essenziale. Direi che è più importante per materie come anatomia, medicina o diritto, dove occorre memorizzare interi tomi di dati. In matematica, così come in altre discipline scientifiche, solo chi capisce davvero (e dunque non chi impara a memoria) è avvantaggiato, perché la scienza è anzitutto organizzazione: si tratta di imparare i meccanismi di base e poi applicarli. Certo è che lo studio delle scienze richiede uno sforzo continuo e, purtroppo, oggi i ragazzi riescono a mantenere desta l’attenzione solo per 6-7 minuti.

C’è una predisposizione individuale per lo studio della matematica?

Credo che in parte un po’ ci sia. Ma esattamente come per correre i 100 metri: la pre-condizione iniziale è avere due gambe (se uno è un po’ zoppo o sulla sedia a rotelle è destinato a fallire in un confronto con persone normo-dotate). È dunque un aspetto “minimale”: credo che, salvo casi eccezionali, l’intelligenza per fare matematica ce l’abbiano tutti. Il problema è che la stragrande maggioranza della gente non sviluppa questa attitudine o la sviluppa “fuori tempo”. Nel 1993 Howard Gardner, psicologo americano, elaborò la «teoria delle intelligenze multiple»: tutti noi ne avremmo a disposizione diverse tipologie. Oggi sappiamo che il primo tipo che si sviluppa nei bambini, verso i 3-4 anni, è l’intelligenza musicale. Chiunque di noi ha avuto modo di osservare i bambini sul seggiolone, in procinto di mangiare: spesso si mettono a percuotere il piattino con il cucchiaio seguendo un certo “ritmo”. L’ultima forma di intelligenza che si sviluppa è quella logicodeduttiva e matematica: compare verso i 13-14 anni, quindi alla fine delle scuole medie inferiori. Ciò significa che per i primi 8 anni di insegnamento sia lo studente che l’insegnante fanno molta fatica. Sicuramente occorrerebbe tenerne conto nei piani di studio e nei metodi di insegnamento. Purtroppo lo si fa poco: per questo c’è spesso una reazione di rigetto tra i ragazzi.

Secondo lei in Italia l’insegnamento delle discipline scientifiche è buono da un punto di vista metodologico?

In generale non credo sia negativo. L’insegnamento della matematica, però, è ancora molto noioso e meccanico. Prevale il metodo mnemonico, per cui a lezione si insegna un teorema e poi all’esame si pretende che l’allievo ne abbia imparato a memoria la dimostrazione. In altre realtà, come gli Usa, si batte molto più sul chiodo della risoluzione dei problemi e sul fare esercizi. Così, mentre negli Stati Uniti all’Università si danno i compiti agli studenti ogni settimana (corretti e giudicati dagli assistenti dei professori), da noi la verifica della preparazione si risolve in un’unica prova a fine anno (magari un esame orale). È chiaro che verifiche ripetute e sistematiche richiedono un notevole dispendio di tempo ed energie: in Italia nessun docente darà mai compiti tutte le settimane, se poi deve correggerli tutti da solo. Quando insegnavo alla Cornell University mi è capitato di avere un corso di 300 allievi, ma avevo anche 12 assistenti: a quelle condizioni si può anche distribuire un compito a settimana. Diversamente ci si limita, come accade adesso, a una sola prova l’anno. Forse l’Università italiana vive un po’ al di sopra dei propri mezzi: non ha sufficiente personale, né risorse.

Per quanto riguarda, invece, il periodo in cui si sviluppa l’intelligenza matematica, cioè i 13-14 anni, l’insegnamento va meglio?

Direi proprio di no e, d’altronde, è esperienza comune. Tutti noi abbiamo ricordi più o meno traumatici di quel periodo scolastico, compresi coloro che come me sono poi diventati matematici. Per lo più l’esperienza scolastica di quel periodo è legata a un certo fastidio o (nella migliore delle ipotesi) è priva di nostalgia. Credo che ciò si debba proprio alla scarsa qualità dell’insegnamento. Anzitutto occorrerebbe cambiare i metodi e capire che, poiché nel bambino o nell’adolescente non si è ancora sviluppata l’attitudine matematica, non gli si può infliggere un lezione tradizionale (che pure va bene in altri ambiti). Bisogna introdurre un approccio più ludico, che è poi quello che abbiamo proposto al Festival di Roma. Giovanni Filocamo, ad esempio, per tre giorni ha fatto lezione sulla matematica di Harry Potter. Poiché i bimbi vanno matti per quei libri, sfruttarli per far passare certe informazioni consente di arrivare vicini al risultato più che rifilare loro calcoli dalla mattina alla sera. Naturalmente c’è anche l’altra faccia della medaglia, per cui solo certe cose si possono insegnare in modo “leggero” e divertente. Dunque anche i contenuti vanno studiati in maniera approfondita. Solo a questo punto, agendo a tenaglia sia sul metodo che sui contenuti, si può arrivare a un insegnamento non traumatico.

D’altronde, sempre dalle indagini dell’Osservatorio «Scienza e società» risulta che i ragazzi italiani sono tra i peggiori al mondo per competenze matematiche…

Vero. Purtroppo in Italia, pur avendo ospitato la scuola pitagorica in Magna Grecia e aver avuto geni come Galileo o Leonardo, abbiamo anche avuto ministri della pubblica istruzione come Benedetto Croce e Giovanni Gentile. «La gente pensa che io non sappia nulla di scienza», diceva Croce, «ma si sbagliano, perché ne so molto meno di quanto credano». E se ne vantava! Ancora oggi, d’altronde, i filosofi continentali si ispirano ad Heidegger, secondo il quale «la scienza non pensa» e «il pensiero inizia dove la scienza finisce»: questo è purtroppo un pensiero dominante anche in Italia. Non a caso il celebre detto «italiani, popolo di santi, poeti e navigatori» non comprende gli scienziati…

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