Archivi del mese: dicembre 2011

MULTISALA(d)#2: The Artist

In mezzo a film senz’anima pieni di attoroni, effetti speciali e occhialini 3d, si affaccia timidamente un film degli anni ’20, girato l’altroieri.

Basta l’attacco di questo film per rispedire a casa tutti i Transformers et similia che infestano le sale: un frenetico “avantindietro” uno schermo cinematografico che, soprattutto se visto al cinema, è più tridimensionale di un Avatar qualsiasi, questo è saper dirigere un film:

Hazanavicius sembra davvero un Frank Capra del duemila, dirige in muto ben sapendo come colpire lo sgamato spettatore del duemila, avete (non)sentito gli applausi? E per dirigere un muto non basta scrivere i dialoghi su fondo nero, bisogna saper dirigere gli attori, spiegare visivamente senza risultare noiosi, e questa scena è uno dei tanti esempi:

Non per niente il protagonista Dujardin dal nulla è arrivato a vincere una palma d’oro; altro merito dell’impronunciabile regista è l’aver saputo giocare con gli stereotipi meno banali dell’epoca d’oro del muto, il neo di bellezza, il fenomenale cagnolino, l’ascesa della protagonista resa con il suo nome che diventa sempre più grande di titolo di testa in titolo di testa, la titolazione che aiuta (nel finale in maniera eclatante) a creare ironici colpi di scena, il montaggio che racconta il girare di un film al ritmo degli assegni staccati…

Questo è tutto quello che possiamo farvi vedere tramite il fido youtube, si potrebbe parlare di mille altre cose, della trama che ricorda ‘Cantando sotto la pioggia’, della perfezione tecnica, delle bellissime musiche, dei pochi perfetti momenti di sonoro, ma siamo nel 2012 e la gente legge poco, quindi vi invitiamo a cercare in ogni modo di andare a vedere questa piccola perla, (la spariamo la battuta stupida?) da lasciar senza parole… (ecco, l’abbiam sparata.)

Lascia un commento

Archiviato in MULTISALA(d)

IO ODIO LA MATEMATICA

La matematica proprio non ti va giù? Succede, però, a quanto dicono, è una materia molto importante, quindi sarà meglio seguire i consigli del “matematico impertinente” Piergiorgio Odifreddi, intervistato dal nostro “Superbiot” in occasione della presentazione dell’ultima fatica del saggista: “Una via di fuga” (Mondadori)

(Odifreddi non resiste e chiede di poter fare una foto con Superbiot)

Professor Odifreddi, nell’Annuario 2009 dell’Associazione Observa, science in society si legge che «l’atteggiamento dei giovani italiani verso la scienza appare improntato a un’ambivalenza quasi schizofrenica» per cui da un lato impazziscono per il sudoku e smanettano con disinvoltura su pc e cellulari, ma dall’altro si iscrivono sempre meno alle Facoltà scientifiche. Cosa ne pensa?

Non posso pensare: questi sono i dati e dunque la realtà è questa. D’altronde ad avere questo problema non sono solo i ragazzi, ma un po’ tutti gli italiani: vivono in una società tecnologica, che di per sé richiede conoscenze scientifiche e tecniche, e allo stesso tempo non sono interessati a quello che la scienza fa, ai suoi risultati e alle sue problematiche. Per quanto riguarda la questione più specifica del calo delle iscrizioni alle Facoltà di matematica, purtroppo la tendenza è comune a tutto il mondo occidentale: negli Stati Uniti già 25 anni fa gli iscritti ai corsi di matematica, informatica e altre materie scientifiche erano per lo più cinesi o indiani; gli americani preferivano andare a fare i medici o gli avvocati. Credo che oggi la situazione in Italia sia più o meno simile. Alle volte scherzo e dico che il calo delle iscrizioni alle Facoltà scientifiche è dovuto al fatto che i giovani non hanno voglia di lavorare: solo scegliendo di laurearsi in discipline come Scienze della comunicazione sono sicuri che non lavoreranno mai, perché, se si iscrivono a Matematica, dopo 6 mesi dalla laurea metà di loro troverà un impiego e dopo 12 mesi ce l’avranno tutti.

Insomma, secondo lei, dietro al calo delle “vocazioni scientifiche” ci sarebbe soprattutto la poca voglia di faticare…

Sicuramente le Facoltà scientifiche richiedono più impegno ed energie, con esami più complicati e argomenti più impegnativi. È chiaro, d’altronde, che è più facile studiare la critica di un romanzo, perché è materia più malleabile ed elastica (qualcosa si può anche improvvisare), mentre nelle Facoltà scientifiche il sapere è più organizzato e barare diventa più difficile. I risultati devono essere esatti, non si discute.

Indubbiamente le formule e i teoremi della matematica non si possono inventare lì per lì…

Certo, ma non mi riferisco solo a questo: in matematica la capacità di imparare a memoria non è essenziale. Direi che è più importante per materie come anatomia, medicina o diritto, dove occorre memorizzare interi tomi di dati. In matematica, così come in altre discipline scientifiche, solo chi capisce davvero (e dunque non chi impara a memoria) è avvantaggiato, perché la scienza è anzitutto organizzazione: si tratta di imparare i meccanismi di base e poi applicarli. Certo è che lo studio delle scienze richiede uno sforzo continuo e, purtroppo, oggi i ragazzi riescono a mantenere desta l’attenzione solo per 6-7 minuti.

C’è una predisposizione individuale per lo studio della matematica?

Credo che in parte un po’ ci sia. Ma esattamente come per correre i 100 metri: la pre-condizione iniziale è avere due gambe (se uno è un po’ zoppo o sulla sedia a rotelle è destinato a fallire in un confronto con persone normo-dotate). È dunque un aspetto “minimale”: credo che, salvo casi eccezionali, l’intelligenza per fare matematica ce l’abbiano tutti. Il problema è che la stragrande maggioranza della gente non sviluppa questa attitudine o la sviluppa “fuori tempo”. Nel 1993 Howard Gardner, psicologo americano, elaborò la «teoria delle intelligenze multiple»: tutti noi ne avremmo a disposizione diverse tipologie. Oggi sappiamo che il primo tipo che si sviluppa nei bambini, verso i 3-4 anni, è l’intelligenza musicale. Chiunque di noi ha avuto modo di osservare i bambini sul seggiolone, in procinto di mangiare: spesso si mettono a percuotere il piattino con il cucchiaio seguendo un certo “ritmo”. L’ultima forma di intelligenza che si sviluppa è quella logicodeduttiva e matematica: compare verso i 13-14 anni, quindi alla fine delle scuole medie inferiori. Ciò significa che per i primi 8 anni di insegnamento sia lo studente che l’insegnante fanno molta fatica. Sicuramente occorrerebbe tenerne conto nei piani di studio e nei metodi di insegnamento. Purtroppo lo si fa poco: per questo c’è spesso una reazione di rigetto tra i ragazzi.

Secondo lei in Italia l’insegnamento delle discipline scientifiche è buono da un punto di vista metodologico?

In generale non credo sia negativo. L’insegnamento della matematica, però, è ancora molto noioso e meccanico. Prevale il metodo mnemonico, per cui a lezione si insegna un teorema e poi all’esame si pretende che l’allievo ne abbia imparato a memoria la dimostrazione. In altre realtà, come gli Usa, si batte molto più sul chiodo della risoluzione dei problemi e sul fare esercizi. Così, mentre negli Stati Uniti all’Università si danno i compiti agli studenti ogni settimana (corretti e giudicati dagli assistenti dei professori), da noi la verifica della preparazione si risolve in un’unica prova a fine anno (magari un esame orale). È chiaro che verifiche ripetute e sistematiche richiedono un notevole dispendio di tempo ed energie: in Italia nessun docente darà mai compiti tutte le settimane, se poi deve correggerli tutti da solo. Quando insegnavo alla Cornell University mi è capitato di avere un corso di 300 allievi, ma avevo anche 12 assistenti: a quelle condizioni si può anche distribuire un compito a settimana. Diversamente ci si limita, come accade adesso, a una sola prova l’anno. Forse l’Università italiana vive un po’ al di sopra dei propri mezzi: non ha sufficiente personale, né risorse.

Per quanto riguarda, invece, il periodo in cui si sviluppa l’intelligenza matematica, cioè i 13-14 anni, l’insegnamento va meglio?

Direi proprio di no e, d’altronde, è esperienza comune. Tutti noi abbiamo ricordi più o meno traumatici di quel periodo scolastico, compresi coloro che come me sono poi diventati matematici. Per lo più l’esperienza scolastica di quel periodo è legata a un certo fastidio o (nella migliore delle ipotesi) è priva di nostalgia. Credo che ciò si debba proprio alla scarsa qualità dell’insegnamento. Anzitutto occorrerebbe cambiare i metodi e capire che, poiché nel bambino o nell’adolescente non si è ancora sviluppata l’attitudine matematica, non gli si può infliggere un lezione tradizionale (che pure va bene in altri ambiti). Bisogna introdurre un approccio più ludico, che è poi quello che abbiamo proposto al Festival di Roma. Giovanni Filocamo, ad esempio, per tre giorni ha fatto lezione sulla matematica di Harry Potter. Poiché i bimbi vanno matti per quei libri, sfruttarli per far passare certe informazioni consente di arrivare vicini al risultato più che rifilare loro calcoli dalla mattina alla sera. Naturalmente c’è anche l’altra faccia della medaglia, per cui solo certe cose si possono insegnare in modo “leggero” e divertente. Dunque anche i contenuti vanno studiati in maniera approfondita. Solo a questo punto, agendo a tenaglia sia sul metodo che sui contenuti, si può arrivare a un insegnamento non traumatico.

D’altronde, sempre dalle indagini dell’Osservatorio «Scienza e società» risulta che i ragazzi italiani sono tra i peggiori al mondo per competenze matematiche…

Vero. Purtroppo in Italia, pur avendo ospitato la scuola pitagorica in Magna Grecia e aver avuto geni come Galileo o Leonardo, abbiamo anche avuto ministri della pubblica istruzione come Benedetto Croce e Giovanni Gentile. «La gente pensa che io non sappia nulla di scienza», diceva Croce, «ma si sbagliano, perché ne so molto meno di quanto credano». E se ne vantava! Ancora oggi, d’altronde, i filosofi continentali si ispirano ad Heidegger, secondo il quale «la scienza non pensa» e «il pensiero inizia dove la scienza finisce»: questo è purtroppo un pensiero dominante anche in Italia. Non a caso il celebre detto «italiani, popolo di santi, poeti e navigatori» non comprende gli scienziati…

Lascia un commento

Archiviato in Interviste, Librandia